Friday, 25 December 2015

informazione inutile

(di luca sofri, sul post di oggi)
Giuliano Ferrara scrive della grandissima “perdita di tempo” protagonista delle nostre vite, dedicata a una serie di temi e argomenti dell’attualità irrilevanti. È quella che noi al Post chiamiamo più sbrigativamente – con termine un po’ milanese – “fuffa“. Dice Ferrara.
Vedo le immagini del povero, simpatico e inutile Salvini che si aggira per Mosca con una sciapka e un sorriso sperduto: quante chiacchiere su di lui, quante ipotesi, e che enorme perdita di tempo. Tutti quei sondaggi, quegli interrogativi su abboccamenti segreti, la ricostruzione della destra, la lite con gli zingari, l’eredità della lega di Bossi, il torso nudo, la cravattona verde, padroni a casa nostra, l’abbraccio con Le Pen. Rivado al 2015 come anno greco: quanto tempo abbiamo perso appresso alle ubbie di Varoufakis, alle gradevoli ma inessenziali mondanità e accademie dell’economista scatenato contro il Minotauro globale. Era una banale questione di debito e politica, si è visto che l’ascetismo ha un limite, non sopporta il limite dei sessanta euro quotidiani di contante erogato da banche in stato fallimentare, e ci vuole altro debito per sostenere il debito, e per convincere i creditori bisogna fare i bravi ragazzi, non gli spendaccioni umanitari. Ma era tutto chiaro da subito, poi mesi e mesi di storytelling nel paese che ci aveva dato il mito, la storiografia e altre cose classiche e serissime. Sarà così, ancora così, ancora tempo perso in quantità, anche per Trump, per le Le Pen, per Pablo Iglesias e gli altri? Quanto tempo perdiamo appresso alle esagerazioni di Brunetta, Dibba e altri vocianti e petulanti? Insomma, il tempo ha un suo peso, un suo profilo, una sua stretta necessità; il fatto di dissiparlo a vanvera non può non avere conseguenze.
Ferrara ha completamente ragione: la mediocrità e inutilità dei contenuti della politica ma anche della cronaca di cui siamo indotti a preoccuparci non è solo una questione da imbarazzata e rassegnata alzata di spalle, accompagnata dal commento “che scemenze inutili”, mentre ce ne andiamo da un’altra parte. Non ce ne andiamo da nessuna parte, invece. La fuffa occupa quotidianamente ed estesamente lo spazio e il tempo che potrebbero essere destinati a pensieri e progetti migliori, a più proficue comprensioni delle cose.
Il fatto è che la “perdita di tempo” intorno a temi volatili e insignificanti è un prodotto commerciale come altri, alla cui utilità siamo portati a credere dal sistema dei media soprattutto. Corrisponde come altri a quel vecchio discorso sui “bisogni indotti”, o sui prodotti che compriamo anche se non ci servono perché un sistema culturale e di comunicazione ci convince che ci servano: “notizie” cicliche e ripetute ogni volta uguali, allarmi, storie false e le loro smentite e poi daccapo, uscite dall’euro, tensioni e concitazioni intorno al nulla, scissioni del PD, sono un prodotto, in assenza del quale i media sarebbero costretti a cercare di venderne altri di minore mercato. Perché di queste cose intanto c’è domanda, una domanda ottusa creata appunto artificiosamente grazie al concorso quasi unanime del sistema dell’informazione e dei prodotti editoriali. E stiamo parlando di un’industria estesissima, con grandi volumi economici (e in crisi, quindi in maggior affanno e panico da svendita) e moltissime persone che ci lavorano. Per non parlare del ruolo della “perdita di tempo” nella politica.
Rinunciare quindi alla “perdita di tempo”, come propone Ferrara – o limitarla -, si tratti di Salvini o Brunetta o molte altre cose, è la stessa cosa di non vedere il nuovo Guerre Stellari o non ascoltare il nuovo disco di Adele o non cambiare il telefonino ogni due anni (anzi più difficile, perché la perdita di tempo non richiede che accendere la tv o aprire un giornale). Si può, ma il mondo intorno ti convince di essere un estraneo e ti fa temere di stare perdendo qualcosa di fondamentale: non lo è quasi mai, e si rivela ogni volta nel giro di pochi giorni, rendendo palese quale perdita di tempo sia stata. Ma non facciamo in tempo a rifletterci, perché stiamo già perdendo tempo con qualcos’altro.

Wednesday, 21 October 2015

quando chi informa amplifica (se non inventa dal nulla) normali divergenze di opinione.

Per alcuni giornali italiani (Repubblica, il Giornale, Libero, il Tempo, più di altri), i criteri di scelta delle titolazioni degli articoli – e a volte degli articoli stessi – sono soprattutto due: paura e zizzania. Se voi una mattina li leggete ignorando i titoli orientati da questi due messaggi, impiegate davvero poco tempo.
Della paura si sa: allarme, rischi, pericoli, ipotesi nefaste, cose da temere, possibilità sgradevoli, creano un repertorio che va tecnicamente sotto il nome di “terrorismo mediatico” e che a volte si avvicina alla fattispecie giuridica del “procurato allarme”, ampiamente familiare a esperti e lettori. Le titolazioni ci investono molto, selezionando negli articoli quello che può generare questi effetti e anche creandolo artificiosamente quando non c’è. L’idea è che ciò che genera paura e preoccupazione – ma anche indignazione e collera conseguenti – attragga di più l’attenzione dei lettori, soprattutto in tempi di crisi dell’attenzione dei lettori. La conseguenza è un quotidiano innalzamento della soglia della paura – ci si abitua a tutto – che costringe ogni giorno a dire cose più paurose e dirne di più.
L’altro investimento che queste testate fanno massicciamente è sullo scontro, il litigio, con conseguente produzione di violenza – verbale, di solito: ma dagli effetti anche molto concreti – tra attori i più vari: con l’obiettivo di coinvolgere la curiosità dei lettori sullo spettacolo che ne deriva. Se ci pensate, non è niente di nuovo, dal Colosseo in poi, passando per lo sport e per i più simili meccanismi di scelta degli ospiti ai talkshow televisivi: più la competizione è accesa e dagli effetti imprevedibili, più il pubblico la segue. La bonaccia, la norma, la concordia, non fanno spettacolo e non attraggono lettori. Questo spiega perché appena insediato chiunque in qualunque ruolo si trovi ed esalti qualcuno che lo attacca, perché i governi siano sempre a un passo dalla crisi e dilaniati da tensioni interne, perchè i sondaggi dicano sempre che qualcuno sta andando male, perché le dichiarazioni polemiche ottengano grandi – e travisati – virgolettati, perché ogni sodalizio professionale o personale debba nascondere una tensione o un tradimento. È rottura, è crisi, è polemica, ai ferri corti, punta il dito contro, è lite, c’è sempre qualcuno che attacca qualcun altro, e una scissione incombente. E anche in questo caso, tutto questo alimenta a sua volta le tensioni e i contrasti stessi: leggete i titoli e dite se non vi sembra che tutto intorno ci sia un inferocimento tignoso generale, e se non vi sentite un po’ inferociti e tignosi anche voi.
Un esempio abbastanza spettacolare di questa strategia della tensione è stato il modo con cui ho letto riportata ieri la notizia dell’assoluzione di Erri De Luca. Storia la cui sintesi ragionevole – e qualcuno l’ha posta in questi termini, per fortuna – era questa: eccitato polverone creato a fini circensi da diversi soggetti interessati intorno a un’interpretazione sciocca del reato di istigazione a delinquere (i reati di opinione non c’entravano niente), polverone che è stato infine spazzato via da una sentenza, e quindi tutti a casa, circolare, festa finita. E qui il meccanismo sopracitato si è mostrato in tutta la sua precisione ed efficacia: investendo immediatamente – con titoli e interviste e commenti – sull’accusa di De Luca: “Gli intellettuali non mi hanno difeso”.
E per un altro po’ siamo coperti.

Tuesday, 15 September 2015

Salvini, creazionisti e geocentrici

Sui migranti i vari Salvini (o Le Pen o Orban) hanno le stesse posizioni dell'Isis: che ieri ha pubblicato un anatema verso chi lascia il sacro suolo dell'Islam per andare in Europa. 

Non è una coincidenza, non è strano e non è nemmeno scandaloso: si chiama identitarismo, paura di contaminarsi, convinzione radicata che la propria etnia, cultura e religione siano superiori a quelle altrui quindi non si debbano mescolare.Gli esseri umani, tra il XX e il XXI secolo, hanno creato un mondo interconnesso a cui una parte dell'umanità non era pronta. 

Anzi, non è pronta. 

E reagisce così. 

Ovvio che sono risacche: fra un paio generazioni saranno nello stesso capitolo dei creazionisti o dei geocentrici. Noi però ci avremo a che fare ancora per parecchi anni. E tutto sommato dalle nostre parti ci è andata bene, che ci sono capitati quelli che ruttano e non quelli che decapitano.

(da PIOVONO RANE dell 11/09/2015)

Sunday, 28 June 2015

Saturday, 20 June 2015

#gender theory

al di là delle superficiali catalogazioni maschio/femmina/omossuale, la sessualità di un essere umano dovrebbe fare il conto con:
-il sesso anatomico con cui si è nati (considerare che capita, con percentuali millesime, di nascere con sesso anatomico non perfettamente definito).
-l'identità sessuale mentale che ognuno di noi sente di se stesso.
-gli stereotipi sessuali della comunità in cui si vive.

Tuesday, 10 February 2015

intelligenza, ironia e buona scrittura

COME RICONOSCERE UN FILM PORNO – di Umberto Eco
Non so se vi sarà mai accaduto di vedere un film pornografico. Non intendo film che contengano elementi di erotismo, sia pure oltraggioso per molti, come per esempio Ultimo Tango a Parigi. Intendo film pornografici, il cui vero e unico fine è di sollecitare il desiderio dello spettatore, dal principio alla fine, e in modo che, pur di sollecitare questo desiderio con immagini di accoppiamenti vari e variabili, il resto conti meno che niente.
Molte volte i magistrati debbono decidere se un film sia puramente pornografico o se abbia valore artistico. Non sono di coloro che ritengono che il valore artistico assolva tutto, e talora opere d’arte autentiche sono state più pericolose, per la fede, i costumi, le opinioni correnti, che non opere di minor valore. Inoltre ritengo che adulti consenzienti abbiano il diritto di consumare materiale pornografico, almeno in mancanza di meglio. Ma ammetto che talora in tribunale si debba decidere se un film è stato prodotto allo scopo di esprimere certi concetti o ideali estetici (sia pure per mezzo di scene che offendono il comune senso del pudore), o se è stato fatto al solo e unico scopo di sollecitare gli istinti dello spettatore.
Ebbene, c’è un criterio per decidere se un film è pornografico o no, ed è basato sul calcolo dei tempi morti. Un grande capolavoro del cinema di tutti i tempi, Ombre Rosse, si svolge sempre e unicamente (salvo l’inizio, bravi intervalli e il finale) su una diligenza. Ma senza questo viaggio il film non avrebbe senso. L’avventura di Antonioni è fatto unicamente di tempi morti: la gente va, viene, parla, si perde e si ritrova, senza che nulla accada. Ci può piacere o no, ma vuole dirci esattamente questo.
Un film pornografico invece, per giustificare il biglietto di ingresso o l’acquisto della videocassetta, ci dice che alcune persone si accoppiano sessualmente, uomini e donne, uomini con uomini, donne con donne, donne con cani o cavalli (faccio notare che non esistono film pornografici in cui uomini si accoppiano con cavalle e cagne: perché?). E questo andrebbe ancora bene: ma esso è pieno di tempi morti.
Se Gilberto per violentare Gilberta, deve andare da piazza Cordusio a corso Buenos Aires, il film vi mostra Gilberto, in macchina, semaforo per semaforo, che compie tutto il tragitto.
I film pornografici sono pieni di gente che sale in macchina e guida per chilometri, di coppie che perdono un tempo incredibile per registrarsi negli alberghi, di signori che passano minuti e minuti in ascensore prima di salire in camera, di ragazze che sorbiscono liquori diversi e si gingillano con magliette e merletti prima di confessarsi a vicenda che preferiscono Saffo a Don Giovanni. Detto alla buona e volgarmente, nei film pornografici, prima di vedersi una sana scopata occorre sorbirsi uno spot dell’assessorato ai trasporti.
Le ragioni sono ovvie. Un film in cui Gilberto violentasse sempre Gilberta, davanti, di dietro e di fianco, non sarebbe sostenibile. Né fisicamente per gli attori, né economicamente per il produttore. E non lo sarebbe psicologicamente per lo spettatore: perché la trasgressione abbia successo occorre che si disegni su uno sfondo di normalità. Rappresentare la normalità è una delle cose più difficili per qualsiasi artista – mentre rappresentare la deviazione, il delitto, lo stupro, la tortura, è facilissimo.
Pertanto il film pornografico deve rappresentare la normalità – essenziale perché possa acquistare interesse la trasgressione – nel modo in cui ciascun spettatore la concepisce. Pertanto se Gilberto deve prendere l’autobus e andare da A a B, si vedrà Gilberto che prende l’autobus e l’autobus che va da A a B.
Questo irrita sovente gli spettatori, perché essi vorrebbero che ci fossero sempre scene innominabili. Ma si tratta di una illusione. Essi non sosterrebbero un’ora e mezzo di scene innominabili. Quindi i tempi morti sono essenziali.
Ripeto dunque. Entrate in una sala cinematografica. Se per andare da A a B i protagonisti ci mettono più di quanto desiderereste, questo significa che il film è pornografico. (1989)